La Battaglia della Trebbia , lungo il fiume che bagna Piacenza si consumò uno degli eventi più straordinari della seconda Guerra Punica: elefanti e cavalli, barriti su nitriti, urla di popoli in idiomi incomprensibili, eco di spade, scudi infranti, tonfi, sibili di lance.
Era il 218 a.C., un rigido giorno di dicembre. La neve cadeva copiosa, le acque del Trebbia erano gelide e gonfie, Annibale era accampato sulla sponda sinistra del fiume, i Romani su quella destra.
Il piano di Annibale era quello di lasciare sulla difensiva il centro del suo esercito, aggirare e aggredire i Romani con le ali, costringerli al guado del fiume mentre suo fratello, Magone, in agguato in una gola, era pronto ad assalire il nemico alle spalle. L’imboscata riuscì: i Romani, reagendo d’impeto, caddero nel tranello. Il generale Sempronio non ebbe la freddezza del ragionamento e contro il parere del più anziano Scipione, fece uscire il grosso dell’esercito all’inseguimento dei Cartaginesi. Alla fine circa 30.000 uomini furono annientati.
Il Trebbia fu cruciale. Annibale aveva sfruttato le sue tremende acque: molti Romani non seppero più uscirne e i pochi che arrivarono sulle sponde, esausti e infreddoliti, non costituirono minaccia per le milizie cartaginesi asciutte e ben schierate. Annibale, grande stratega, aveva vinto la prima vera battaglia della sua campagna in Italia.